Il consiglio non richiesto

Il consiglio non richiesto può generare frustrazione e insicurezza nel bambino

“I genitori, a volte, non capiscono che tutti gli esseri umani, quando soffrono, hanno bisogno di presenza ed empatia. Possono volere consigli ma li vogliono solo dopo avere ricevuto una connessione empatica. I miei figli mi hanno dato anche un’altra, difficile lezione: -Papà, per favore, astieniti da tutti i consigli a meno che tu non riceva da noi una richiesta scritta e controfirmata da un notaio-“.

Marshall B. Rosemberg (2007), Crescere i bambini con la Comunicazione Nonviolenta, ed. Esserci, Reggio Emilia 

 

Questa mattina ho avuto un risveglio un po’ brusco e un po’ dolce: dopo la preparazione e la colazione il mio bimbo mi ha ricordato che un consiglio non richiesto può generare frustrazione e insicurezza.

Si trattava di preparare lo zaino per l’asilo: di lunedì si porta l’asciugamano pulito, e di solito ogni giorno ci finisce dentro un gioco che traghetta insieme fino alla porta della Casa dei Bambini, per poi essere ripreso in mano in auto, e riportato a casa.

Il mio bimbo, cinque anni appena fatti, dichiara – al mondo, nemmeno direttamente a me a ben pensarci: “io oggi mi porto Cap. America”.

Intervengo subito, mossa da un pensiero preoccupante. “Cap. America te l’ha prestato un’amica, sarebbe il caso di tenerlo a casa e che tu scegliessi di portare qualcos’altro, così eviti di rovinarlo”.

Apriti cielo.

Tato si è immediatamente ritirato nella sua stanza, brontolando. Dopo un po’ è tornato con un altro gioco, facendomi una lezione magistrale sul fatto che io non posso dirgli sempre cosa fare, perché lui può scegliere, e se non può scegliere poi va in confusione e si arrabbia e poi arrabbiarsi lo rattristisce e poi ci rattristiamo anche noi.

Ogni volta che ci poniamo come obiettivo quello di far sì che qualcuno si comporti in un certo modo, l’altro probabilmente vi opporrà resistenza, a prescindere da ciò che chiediamo. […] L’obiettivo di ottenere dagli altri quello che vogliamo – l’obiettivo di far sì che gli altri facciano quello che vogliamo noi – è una minaccia per l’autonomia delle persone, mette in discussione il loro diritto di scegliere quello che vogliono fare. Quando le persone ritengono di non essere libere di scegliere, generalmente oppongono resistenza, anche se comprendono il significato di quello che stiamo chiedendo e, magari, in altre circostanze, lo farebbero anche.”

Marshall B. Rosemberg (2007), cit.

E allora cosa posso fare? Come genitore, come educatore, ho bisogno di discutere con un bimbo di 5 anni sul valore della cura dei materiali?

Sì, su questo, e su tantissime altre cose. Ma prima di discutere, di parlarne insieme, di cercare un punto di incontro per poter collaborare al soddisfacimento dei bisogni di tutti, ho bisogno di connettermi a lui. E ho bisogno anche di una connessione di qualità.

Qualcuno lo chiama ‘abitare insieme lo spazio della relazione’, qualcun altro lo riassume come ‘empatia’. Trattasi della condizione, non sempre facile da raggiungere, nella quale esiste un IO ed esiste un TU, e dove TU sei significativo per me come IO lo sono per te, ed entrambi ci riconosciamo e siamo disposti ad ABITARE INSIEME uno stesso spazio di scambio di informazioni.

Facile no?

No, non è per niente facile. Soprattutto per chi, come me, è stato cresciuto attraverso un tipo di educazione dove questa presenza non veniva considerata importante. Prima c’era il comportarsi in un certo modo, offrire una certa immagine, dare un certo risultato. In questa educazione alla prestazione si è persa la qualità dello stare nella relazione e co-costruirla. Ma questa è un’altra storia.

Quindi, per evitare che questa storia passata si infili nel presente io genitore, io educatore ho bisogno di uno spazio ed un tempo di rielaborazione, e questo ha a che fare solo con me. Poi, ho bisogno di pulire la mia percezione dai miei preconcetti sul bambino che ho di fronte – figlio, utente, allievo che sia – e provare questo tipo di connessione. Ricordandomi che siamo entrambi esseri umani, che siamo simili, che abbiamo attitudini, capacità, sensibilità e competenze differenti sia per età sia perché ognuno è unico ed originale.

Infine, posso provare a comunicare cercando di non prevaricare l’altro: senza coercizioni, evitando i consigli, sospendendo i giudizi e frenando un confronto diretto, parto con l’ASCOLTO. Ascolto con le orecchie, con gli occhi, se il bambino lo permette posso anche ascoltarlo con le mani, per esempio con un tocco sulla spalla o prendendolo in un abbraccio. Ascolto la mimica facciale, l’intonazione della voce, cerco di intuire l’emozione prevalente in quell’istante. E torno a me e sento che effetto mi fa. Con il bambino un po’ più grande – dai 4/5 anni in su – posso anche usare la riformulazione, e usando parole semplici verifico di aver capito bene cosa mi sta dicendo.

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